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102 anni fa esatti (12 luglio 1906) a Queenscliff, in Australia, i negozi erano chiusi, la banda suonava e 2000 persone attendevano fiduciose. Si trattava dei primi esperimenti col telegrafo senza fili e questo era un evento importante perché avrebbe dovuto arrivare un messaggio inviato da Devonport, In Tasmania, 353 km più a sud; era una bella distanza per quel periodo ma era anche il primo messaggio di quel tipo inviato così lontano nell'emisfero sud. Per la verità il telegrafo senza fili era già noto da un pezzo, il primo segnale infatti era stato lanciato 10 anni prima in Italia, da un poco più che ventenne Guglielmo Marconi. Sfortunatamente per lui al governo italiano non interessò per niente la cosa, per cui fece quello che fanno tuttora molti giovani promettenti: se ne andò in Inghilterra, fondò una società di successo con capitali inglesi, nel 1909 vinse il Nobel per la fisica e nel 1920 trasmise dalla sua radio il primo concerto di musica classica.I primi telegrafi senza fili utilizzavano un'antenna di oltre 30 metri di altezza, potevano inviare messaggi non molto lontano e costavano un sacco di soldi. Oggi, circa un secolo dopo, possiamo leggere un quotidiano online, sfruttando una piccola rete wireless domestica che funziona trasmettendo via radio, e scoprire che la Bic ha iniziato la commercializzazione di un cellulare Low-Cost: 49 euro per un aggeggio grande pochi centimetri che ci permette di parlare con chiunque nel mondo, ovunque ci si trovi.So che sono anni difficili e che la ricerca scientifica è una cosa incerta e costosa, governata da scienziati dall'aspetto e dalle abitudini eccentriche, ma mi piacerebbe che chi possiede i mezzi per finanziarla riflettesse un momento sul fatto che il suo stile di vita attuale lo deve a chi 100 anni fa ha investito denaro in ricerche allora improbabili; e non è cosa da poco prendere un'aspirina ai primi segni di influenza e guarire, invece che farsi riempire di sanguisughe da medici improbabili, allo scopo di levare dal corpo gli umori putredinosi, e pregare per un riscontro positivo.Suvvia, sappiamo tutti qual è la cosa giusta da fare. Image: Mrbill
Se vi capitasse di fare due passi per il porto di Las Palmas verso novembre molto probabilmente vedreste un gran fervore di preparativi, e scoprireste che esiste un intero popolo di giramondo in barca a vela. Centinaia di barche a vela che si preparano per attraversare l'oceano Atlantico facendosi dare un passaggio dagli Alisei, ovvero venti costanti che dalla notte dei tempi hanno portato ogni genere di imbarcazione a propulsione eolica verso ovest. Non sono altro che una sorta di autostrada per barche a vela. Basta presentarsi alle Canarie a novembre, alzare le vele, ed arrivare dopo una ventina di giorni con il vento in poppa ai Caraibi, a quel punto basterebbe entrare in qualche taverna locale, ordinare un Mojito e celebrare degnamente la fine della stagione dei cicloni. Traversata tranquilla, venti costanti e mare calmo. Tutto questo perché la natura sotto alcuni punti di vista è prevedibile. Tanto prevedibile che, un giorno del lontano 1855, a un brillante ufficiale della marina americana venne in mente che ci si poteva ricavare delle cartine geografiche che rappresentassero le probabili condizioni meteo-marine di quel periodo. Aveva inventato le Pilot Charts. Queste forniscono moltissime informazioni, in una forma molto immediata: c'è una mappa con una griglia disegnata sopra, e in ogni quadretto di questa griglia ci sono le informazioni importanti di quell'area. In questo modo se un giramondo legge nella Pilot Chart che in quel determinato periodo dell'anno, in quel determinato punto c'è il 99% di probabilità di trovare delle condizioni stile “Tempesta Perfetta”, non farà altro che evitare di passare da lì. Queste magiche carte fanno anche di meglio, evidenziano il percorso da fare e il periodo per farlo per essere ragionevolmente certi di trovare bel tempo in ogni momento.Ora facciamo un passo avanti. Nel 1999 la NASA ha lanciato in orbita il satellite QuikSCAT; questo satellite da quel giorno ha raccolto dati riguardanti la velocità, la direzione e la forza del vento negli oceani. Questo permette quotidianamente di migliorare la qualità delle previsioni del tempo e di identificare sul nascere uragani e fenomeni potenzialmente catastrofici. In questo modo è possibile sapere con precisione chirurgica in quali zone degli oceani il vento soffia con forza, ma soprattutto costantemente. Come mai costantemente? Perché se si volesse metterci un generatore eolico questo non funzionerebbe in modo efficiente con un vento a singhiozzo. Ma arriviamo al punto: la NASA ha appena dichiarato di aver creato una mappa con i migliori luoghi negli oceani dove posizionare enormi centrali eoliche off-shore. E ci dice anche che se posizioniamo queste centrali in questi luoghi strategici il vento potrebbe donarci il 10-15% di tutta l'energia che il mondo richiede. Lontano dagli occhi e lontano dalle orecchie. Alla fine è la natura stessa a suggerirci le cose.Per maggiori dettagli sul progetto e per sapere dove trovare venti estremi fate un salto qui. Image: Morten A. Mitchell Larød
“Beh, è ovvio, come mai non ci sono arrivati prima?” avrà pensato il corallo che da sempre utilizza la CO2 per farsi la casa di carbonato di calcio. Un passo indietro, di cosa sto parlando? Beh, si dice in giro che il mondo si sta scaldando, e secondo molti cervelloni che si occupano di queste cose l'uomo, con le sue emissioni di CO2, tanto innocente non è. Ora, sarebbe cosa buona cominciare a fare qualcosa per rimediare; personalmente credo che il problema andrebbe affrontato alla radice spostandoci verso l'utilizzo di fonti di energia rinnovabili: perché investire in tecnologie di filtraggio o riduzione della CO2, quando posso usare energia solare o eolica con 0 emissioni? Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e bisogna inventarsi qualcosa per tirare avanti fino al giorno in cui smetteremo di bruciare combustibili fossili. Tempo fa è stata proposta una soluzione: prendere la CO2 che produciamo, e stoccarla da qualche parte dove non fa danni. Ad esempio sotto terra o nelle profondità oceaniche. Per la verità sotto molti punti di vista non si tratta di un'idea molto brillante e il perché ce lo spiega Greenpeace qui. Ma ecco che arrivano le buone notizie. Se fosse vero e tutto funzionasse bene come spiegato nel sito della Carbon Sciences, Inc. che ha portato avanti questa tecnologia, ci troveremmo di fronte ad un'idea semplice ed efficace: trasformare la CO2 in PCC, ovvero Carbonato di Calcio Precipitato (utilizzato oggi moltissimo nell'industria della carta), un po' quello che fanno da sempre i coralli. Si aprirebbe quindi una nuova via per stoccare la CO2 e, non solo non ci sarebbero rischi per l'ambiente e per le persone, ma ci sarebbe anche un ritorno economico legato alla vendita del PCC.Alla fine, val la pena essere ottimisti :D
Correva l'anno 1770, era l'11 giugno a voler esser precisi, quando il brigantino Endeavour che costeggiava l'Australia si incagliò, a bordo c'erano il capitano James Cook e il naturalista Joseph Banks: avevano appena cozzato la prua contro la Grande Barriera Corallina, ovvero la più grande struttura vivente attualmente esistente.
Probabilmente i due devono essersi chiesti cos'era e da dove saltava fuori quella strana formazione che aveva quasi sfasciato loro la barca. In verità i responsabili sono miliardi di polipi del corallo con l'hobby dell'edilizia che vivono in simbiosi con miliardi di alghe (Zooxanthellae). Le alghe danno nutrimento ai polipi e hanno un ruolo vitale nel processo di deposizione del calcare che andrà poi a formare lo scheletro rigido che noi vediamo. I polipi in cambio forniscono alle alghe azoto e fosforo per la fotosintesi, oltre ovviamente alla protezione. Si tratta di un ecosistema molto delicato e la capacità dello stesso di reagire e adattarsi all'inquinamento e ai cambiamenti climatici è incerta (vedi Coral Reef Bleaching).
Tuttavia ogni tanto le buone notizie non mancano: i ricercatori di Conservation International, dell'Università Federale di Espírito Santo e dell'Università Federale di Bahia hanno annunciato (l'8 luglio all'International Coral Reef Symposium a Fort Lauderdale) la scoperta di una nuova barriera corallina al largo della costa meridionale del Brasile, nello stato di Bahia. Il reef appena inidividuato è stato mappato con l'utilizzo di un sonar a scansione laterale ed è stimato essere grande il doppio rispetto al più ricco e vasto banco corallino presente nelle acque dell'Oceano Atlantico meridionale (Abrolhos Bank).
La barriera risulta essere in ottima salute e brulicante di vita e presto si avvierà la seconda parte del progetto riguardante lo studio della flora e della fauna dell'ecosistema.
Ben vengano scoperte come questa.
Fonte: Conservation International
Image: Justin Wong
Era il 27 dicembre 1831 quando l'H.M.S. Beagle lasciò Devonport con una rotta che l'avrebbe dovuto portare di lì a poco alle Canarie. A bordo vi era un simpatico ragazzotto amante della natura di nome Charles. Per la verità la sua presenza era rimasta alquanto incerta fino a poco tempo prima, si narra infatti che il padre glielo avesse proibito: eravamo nel 1800 e anche allora come oggi i genitori incitavano i figli a mollare i loro pensieri strampalati in favore di un lavoro fisso e di una pagnotta assicurata. Fortunatamente, grazie alle capacità di mediazione del buon zio Jos, quel giovane 22 enne riuscì a imbarcarsi sul Beagle e a soffrire di mal di mare per buona parte del viaggio che lo avrebbe portato, nell'arco di 5 anni, a circumnavigare il Sud America, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sud Africa; tutto questo passando per le Galapagos. Quel ragazzo era Charles Darwin e un po' di anni dopo avrebbe scritto nella sua autobiografia che a spingerlo a intraprendere quel viaggio è stato “il desiderio bruciante di aggiungere foss’anche un contributo modesto al nobile edificio delle scienze della natura”... O forse semplicemente era la voglia di realizzare un vecchio sogno di andare alle Canarie a spassarsela in un ambiente ancora incontaminato. Questo ci dimostra che dalle idee strampalate di un giovane sognatore può nascere qualcosa di buono, e che la curiosità verso il mondo che ci circonda è il motore che spinge l'umanità ad evolvere. Per quel che mi riguarda, spero in futuro di poter navigare verso lidi remoti e ancora incontaminati; nel frattempo, fino a che non avrò i mezzi per farlo, cercherò di aggiungere il mio piccolo contributo alle scienze divulgando attraverso un blog quel poco che so.